La Nausea

‘La Nausea’ è quella lettura che fatichi a consigliare a cuor leggero. Che alla fine ti è piaciuta, ma in fondo stai ancora cercando di comprendere il potere che ha esercitato su di te. E questo ti spaventa.

Dopo le prime cinquanta pagine, mi era già chiaro quale concetto fosse racchiuso in quella piccola parola dal suono morbido, seducente, praticamente contrapposta al suo significato più comune. La stessa seduzione che sembrano avere per Antoine Roquentin, il protagonista, i pensieri più malinconici che l’animo umano sia in grado di partorire nel quotidiano, rimbalzando da questo al passato, il 𝘨𝘭𝘰𝘳𝘪𝘰𝘴𝘰 passato, il 𝘱𝘪ù 𝘧𝘦𝘭𝘪𝘤𝘦 passato, il passato del Signor di Rollebon e quello insieme ad Anny; il passato che al pari di un romanzo sembra possedere una trama, uno scopo, delle corrispondenze, mentre il presente è piatto, insensato, svuotato di significati – come se li vomitasse fuori a seguito di ogni insopportabile (ma inevitabile) presentarsi della Nausea.

Dopo le prima cinquanta pagine mi sono chiesta: e adesso? E se lo è chiesto anche Antoine, questo è certo. Ed entrambi abbiamo continuato a muoverci per le semi-sconosciute strade di Bouville osservandone gli abitanti, per poi rifugiarci in biblioteca una volta fatta indigestione di esseri umani e di noi stessi.

Entrambi abbiamo atteso il momento in cui avremmo rivisto Anny e sprecato tutti quelli che lo hanno preceduto. Entrambi abbiamo sperato che Anny avesse risposte da offrire. “𝚂𝚘𝚕𝚝𝚊𝚗𝚝𝚘 𝚘𝚛𝚊 𝚌𝚘𝚖𝚙𝚛𝚎𝚗𝚍𝚘 𝚚𝚞𝚊𝚗𝚝𝚘 𝚌𝚘𝚗𝚝𝚊𝚜𝚜𝚒 𝚜𝚞 𝙰𝚗𝚗𝚢 𝚙𝚎𝚛 𝚜𝚊𝚕𝚟𝚊𝚛𝚖𝚒, 𝚒𝚗 𝚖𝚎𝚣𝚣𝚘 𝚊𝚒 𝚖𝚒𝚎𝚒 𝚙𝚒ù 𝚏𝚘𝚛𝚝𝚒 𝚝𝚎𝚛𝚛𝚘𝚛𝚒, 𝚊𝚕𝚕𝚎 𝚖𝚒𝚎 𝚗𝚊𝚞𝚜𝚎𝚎. 𝙸𝚕 𝚖𝚒𝚘 𝚙𝚊𝚜𝚜𝚊𝚝𝚘 è 𝚖𝚘𝚛𝚝𝚘.”

Morto il passato, sancita insieme ad Anny l’inesistenza dei momenti perfetti, salutato per sempre la donna amata, persa (adesso lo sa) molti anni prima, Antoine è libero. “𝙼𝚊 𝚚𝚞𝚎𝚜𝚝𝚊 𝚕𝚒𝚋𝚎𝚛𝚝à”, riflette, “𝚊𝚜𝚜𝚘𝚖𝚒𝚐𝚕𝚒𝚊 𝚞𝚗 𝚙𝚘𝚌𝚘 𝚊𝚕𝚕𝚊 𝚖𝚘𝚛𝚝𝚎.”

‘La Nausea’ prende posto sullo scaffale delle letture più difficili che sono felice d’aver portato a termine.

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