Matilda di Mary Shelley

“In verità sono innamorata della morte; nessuna ragazza ha mai avuto più piacere nel contemplare la veste del suo matrimonio, di me nell’immaginare le mie membra già avvolte nel loro sudario: non è dunque quello il mio abito da sposa? Con questo solo mi unirò a mio padre e l’eterna unione delle nostre anime non verrà mai sciolta.”Non sono solita attribuire un voto alle mie letture – altrimenti state certi che questa avrebbe guadagnato 6 stelle su 5. Mary Shelley lo ha fatto ancora: mi ha stregata con l’eleganza della sua prosa magistrale, con le sue atmosfere oscure, con la sua profonda conoscenza dei dolori più grandi a questo mondo. E mi ha donato un nuovo romanzo preferito. Penso che l’aggettivo che più si confà alla lettura di “Matilda”, racconto di carattere semi-autobiografico, sia 𝘴𝘵𝘳𝘢𝘻𝘪𝘢𝘯𝘵𝘦. Come straziante è per il padre di lei perdere la donna amata ed altrettanto straziante è per Matilda venire abbandonata dal suddetto padre per ben due volte, esser costretta a crescere senza amore ed, infine, ritrovarsi vittima dell’amore più sbagliato, il più malato, il più proibito. Straziante.Occorrono estrema empatia e la messa al bando di ogni morale per riuscire a scorgere la bellezza di questo testo nei suoi dettagli, nei continui riferimenti a figure mitiche (prima fra tutte Mirra, resa celebre dalla tragedia di Alfieri) e nelle citazioni poetiche di Dante. Occorre uno sguardo psicologico ben allenato per realizzare che, mentre il padre di lei paga l’abbandono della sola figlia nel rogo di una passione malsana, dietro la presunta colpa di Matilda non vi è che un’ignoranza d’amore, che la porta a costruire il proprio affetto come fosse di fronte ad uno specchio, in riflesso a quello ricevuto, e quindi nella sua identica e proibita forma. Shelley crea con Matilda una nuova eroina tragica e, nel raccontarci la sua triste storia, un capolavoro letterario.
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