Il bibliotecario di Arcimboldo

Passato alla storia per il suo modo bizzarro di ritrarre i suoi committenti, Giuseppe Arcimboldo (Milano, 1527 – 1593) operò prevalentemente negli anni del Manierismo e si distinse per il carattere originale e innovativo delle sue opere.

Dopo la sua morte venne rapidamente dimenticato, fino al Novecento, quando venne riscoperto da maestri del surrealismocome Dalì che trassero ispirazione dal suo modo di giocare con gli oggetti.  Nelle celebri teste composte, l’artista sfruttava oggetti inanimati (ortaggi, frutta, libri) per riprodurre teste e volti.

La particolare tecnica di Arcimboldo si basa sulla “pareidolia”, ossia il meccanismo visivo che ci spinge a riconoscere sembianze umane e familiari anche in soggetti dalla forma più insolita.

La scelta degli oggetti non è casuale, infatti ogni elemento della composizione ha un valore simbolico come nel caso dell’opera “Il bibliotecario” del 1566, in cui l’artista ritrae il suo committente usando, appunto, dei libri.

L’opera sorprende per la sua originalità e, osservandola bene, sinota subito che il vestito è una tenda, il corpo piramidale è composto completamente da una pila di libri mentre il volto è formato da libricini. Il naso è il dorso di un libro e perfino la guancia risulta creata dalla copertina che contribuisce con il nastro a raffigurare l’orecchio. 

La folta capigliatura è in realtà un libro aperto, due libri sovrapposti compongono invece l’avambraccio e dei segnalibri formano le dita, per la barba il pittore ha utilizzato un piumino per spolverare. Come in tutte le altre opere di Arcimboldo, lo spettatore cerca di osservare e riflettere sui dettagli, ricostruire un volto assemblando tutti i suoi pezzi e seguire la magica intuizione del pittore.

Il dipinto fu condotto in Svezia nel 1648, dopo che l’esercito svedese saccheggiò il Castello di Praga in seguito all’assedio della città che segnò la fine della Guerra dei Trent’anni.

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